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Quanto cibo sprechiamo?

La FAO stima che ogni anno si gettano via 200-300 chili di cibo pro-capite, circa un terzo della produzione totale, dei quali circa l’80% sarebbe ancora consumabile. E’ stato inoltre calcolato che con il cibo gettato nella spazzatura si potrebbero alimentare 2 miliardi di persone.

In Europa, la quantità ammonta a 89 milioni di  tonnellate, ovvero a una media di 180 kg pro capite.

Nel nord del mondo si acquista e si produce troppo cibo.
Nel Sud del mondo, invece, il cibo si spreca per mancanza di infrastrutture adeguate, di strumenti per la conservazione e di trasporto in tempi brev
i.
 

La perdita è già rilevante nella semina, il deficit aumenta nella trasformazione a causa di normative, standard agricoli ed il malfunzionamento delle infrastrutture di trasporto e stoccaggio; si amplifica poi nella trasformazione industriale e distribuzione. Tuttavia il maggior spreco avviene proprio tra le mura domestiche dove chili e chili di alimenti vengono sciupati; generalmente si creano scarti per la mancata consumazione di un pasto sovrabbondante, per l’errata lettura di una data di scadenza e per la mancanza di comprensione del metodo di preparazione e/o conservazione del prodotto.

cibo sprecato

Bisogna pensare che a fronte dei miliardi di tonnellate di cibo gettato nella  spazzatura, c’è un miliardo di persone al mondo che non ha  accesso a sufficienti risorse alimentari.

Il 30% della terra destinata all’agricoltura infatti viene utilizzata per produrre cibo che non arriva mai a destinazione!!! Lo spreco genera quindi anche un’insensata pressione sulle risorse naturali, sulla terra e sul clima; produrre troppo significa usare più energia e materie prime del necessario. Il consumo di risorse idriche superficiali e freatiche è di circa 250 km cubici, l’equivalente del flusso annuale del fiume Volta o tre volte il volume del lago di Ginevra. Infine lo spreco alimentare è responsabile di circa il 5% delle emissioni che causano il riscaldamento globale e del 20% della pressione sulla biodiversità.  

Come sopracitato, in Europa, la quantità ammonta a 89 milioni di  tonnellate, ovvero a una media di 180 kg pro capite.  

spreco alimenti

I più spreconi sono gli olandesi (541 kg/persona!!!!!!!!!) a cui seguono l’Inghilterra con 110  kg a testa, Italia (108 kg), Francia  (99 kg), Germania (82 kg); la Svezia, il paese più virtuoso, spreca “solo” 72 kg di cibo pro-capite. Il 42% degli sprechi alimentari in Europa avvengono tra le mura di casa – precisa  Francesco Mele, responsabile della campagna contro lo spreco alimentare di Slow Food Italia.

In Italia secondo  il Barilla Center for Food and Nutrition ogni anno finiscono tra i  rifiuti dai 10 ai 20 milioni di tonnellate di prodotti alimentari,  per un valore di circa 37 miliardi di euro. Un costo di 450 euro all’anno per famiglia!!! Cibo che basterebbe a sfamare, secondo la  Coldiretti, circa 44 milioni di persone. Secondo l’Osservatorio sugli sprechi, a livello domestico in Italia si sprecano mediamente il 17% dei prodotti ortofrutticoli  acquistati, il 15% di pesce, il 28% di pasta e pane, il 29% di  uova, il 30% di carne e il 32% di latticini.

BUONE NOTIZIE

Nel 2016 la Francia si è ufficialmente dotata della sua legge contro lo spreco alimentare che impedisce alle grandi catene alimentari di gettare cibo o di rendere le derrate invendute non più consumabili. La norma si rivolge ai supermercati di almeno 400 metri quadrati (quindi, di grandi dimensioni) e li obbliga a girare alle organizzazioni caritatevoli il cibo prossimo alla data entro la quale è “preferibile” consumarlo, oppure a trasformarlo in mangime per gli animali o ancora in compost. Per far sì che ciò accada davvero, si prevede un obbligo di accordo con le organizzazioni e la mancata definizione di questi protocolli può costare fino a 75mila euro di multa o due anni di reclusione.

Anche in Italia nel 2016 è stata approvata una legge in questa direzione, anche se in realtà in Italia si prevede solo una semplificazione burocratica per la donazione degli alimenti. Le cessioni gratuite di eccedenze alimentari da parte degli operatori del settore alimentare devono essere destinate in via prioritaria al consumo degli indigenti, mentre le eccedenze non più idonee al consumo possono essere cedute per il sostegno vitale di animali e per altre destinazioni, come il compostaggio. Il Legislatore italiano ha dunque disciplinato la materia della lotta allo spreco alimentare in funzione solidaristica attraverso incentivi fiscali e semplificazione burocratica, privando la normativa di qualsiasi apparato sanzionatorio.

Tuttavia, da circa un anno, nei supermercati  possiamo trovare un bancone dedicato al cibo in scadenza che viene venduto scontato generalmente del 40/50%; un’iniziativa che trovo molto intelligente e che va nella giusta direzione (soprattutto per quanto riguarda i prodotti caseari freschi). 

Cosa fare…

Per invertire la rotta e combattere lo spreco bisogna quindi comprenderne con chiarezza le cause e chiedere a tutti gli attori coinvolti, dai produttori alle istituzioni, dai cittadini ai distributori, di impegnarsi per rompere gli schemi esistenti.

Come citato in tutti i miei articoli, Tutti Noi possiamo far qualcosa per invertire questa tendenza ed impegnarci ogni giorno contro questo modello consumista a cui siamo abituati e diventare dei consumatori consapevoli e moderati.

 alimenti spreco

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L’ ananas utile anche contro la bronchite

L’ananas è un frutto tropicale facente parte della famiglia delle Bromeliaceae originaria del sud America.

Le proprietà dell’ananas sono tante, sebbene sia in particolare nota per i suoi benefici come stimolante del metabolismo, contro la  ritenzione idrica ed i suoi effetti digestivi.

anans bromelina (2)

L’ananas è un frutto dal sapore dolce, contiene poche calorie e risulta quindi un alimento adatto alle diete ipocaloriche. Contiene inoltre altri micronutrienti fondamentali; è una discreta fonte di vitamina C (che ha  una funzione antiossidante fondamentale per il nostro sistema immunitario ed è importante per l’assimilazione del ferro da parte dei globuli rossi), potassio (minerale implicato in diversi processi fisiologici come la contrazione muscolare, il mantenimento di un corretto equilibrio idro-salino e la regolazione della pressione arteriosa) e magnesio (fondamentale per il benessere del sistema nervoso, per la costruzione dello scheletro e per il metabolismo dei grassi).

Pochi sanno però che l’ananas è fonte di Bromelina, un’enzima ad attività proteolitica estratta principalmente dal gambo dell’ananas; questo enzima, insieme ad altri enzimi svolgono un’azione stimolatrice del metabolismo e rendono questa componente dell’ananas estremamente interessante per il suo utilizzo in campo medico e cosmetico.  Il trattamento dell’ananas ad alte temperature, come quelle utilizzate nel processo di pastorizzazione, portano alla denaturazione di queste proteine e, quindi, alla loro inattivazione. Proprio per questo motivo, le proprietà salutari di questo frutto si ritrovano solo nell’ananas fresco.

Inoltre la Bromelina possiede una spiccata azione antinfiammatoria utile in caso di bronchite, tonsillite ed altri disturbi infiammatori. Tale enzima è in grado di ridurre l’edema tissuale e viene usato per decongestionare le mucose del distretto orofaringeo e rino-sinusale.

Per questa ragione la Bromelina viene utilizzata insieme all’N-Acetilcisteina* negli integratori alimentari per le bronchiti e stati infiammatori ad esse correlati.

*L’N-Acetilcisteina è una molecola che deriva dall’aminoacido cisteina;  è conosciuta per la sua attività mucolitica e fluidificante, utile per ridurre la viscosità del muco bronchiale. Grazie a tali proprietà risulta essere utile nel trattamento delle affezioni respiratorie caratterizzate da ipersecrezione densa e viscosa come bronchite. infatti l’N-Acetilcisteina è uno dei principali precursori del glutatione , da cui deriva la sua spiccata azione antiosssidante. L’ acetilcisteina possiamo ricavarla in natura dai cibi ricchi di proteine sia animali che vegetali: carne di maiale, di pollo e tacchino, latte e i suoi derivati, nello yogurt, ricotta e crema di formaggio, germe di grano, muesli e fiocchi d’avena. Si consiglia di associare tali alimenti con frutta e verdura ricchi di vitamine e sali minerali (aglio, cipolla, broccoli, cavoletti di Bruxelles, nonché carote arance, pesche, fragole, patate spinaci).

Ecco un modo per “curarsi” con gli alimenti o meglio con un’alimentazione sana e completa.

ananas

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Acquacultura disastrosa: i Gamberetti

Non è tutto rosa nel paese dei gamberi

Negli ultimi anni i gamberetti sono diventati un alimento alla portata di tutti, presenti in abbondanza nei ristoranti e nei supermercati. Non tutti sappiamo però che da qualche anno a questa parte desta seria preoccupazione l’impatto ambientale e sociale generato dai loro allevamenti. Secondo la Environmental Justice Foundation, quest’industria si rende spesso colpevole di gravi abusi sociali, come il sequestro di terre, l’intimidazione (anche violenta), l’impiego di manodopera infantile e la corruzione di funzionari.

“Il caso dei gamberetti d’allevamento sembra essere l’esempio più esplicito di acquacoltura disastrosa.”

L’UNIRIGA, Unità di Ricerca di Gambericoltura, è una struttura scientifica che svolge attività di studio sia nel campo della biologia dei gamberi, in natura ed in cattività, sia in quello dello sviluppo tecnologico del loro allevamento. 

Uno dei problemi più gravi legati all’allevamento di gamberetti è la distruzione, lungo le coste tropicali, di ampie zone di foreste di mangrovie per fare spazio agli impianti di acquacoltura. Le mangrovie non sono solo la culla di una ricchissima biodiversità animale e vegetale, sono anche un baluardo contro l’erosione dei suoli e una sorta di zona-tampone che protegge le regioni costiere dagli uragani e dai maremoti. Inoltre, la scomparsa delle mangrovie ha conseguenze catastrofiche sulla pesca artigianale, fonte di cibo e reddito per numerose comunità locali.gamberetti-carne

Inoltre, l’allevamento di gamberetti ha bisogno di quantità enormi di cibo e provoca un inquinamento altrettanto rilevante nelle acque costiere: cibo non consumato, escrementi, plancton, batteri, materie disciolte (ammoniaca, urea, diossido di carbonio e fosforo), antibiotici e altri composti chimici come i disinfettanti, i prodotti d’ammendamento del suolo e dell’acqua, i pesticidi e i fertilizzanti. Gli antibiotici e altri prodotti chimici possono rivelarsi tossici anche per la fauna e la flora selvagge circostanti.

Infine l’introduzione di specie esotiche ha effetti negativi sulla diversità genetica e sull’ecosistema della fauna d’origine.

 

Soluzioni alternative

Un’ opzione sono i gamberetti (allevati) biologici: questa certificazione, però, in genere non garantisce che si sia tenuto conto in maniera corretta degli aspetti sociali dell’allevamento. 

Tuttavia, anche se sono pescati o allevati in modo sostenibile (cosa comunque rara), di solito i gamberetti vengono trasformati dove la manodopera costa meno e poi inviati ai ristoranti e ai consumatori in giro per il mondo: un sistema che genera un’impronta ecologica enorme.

Gamberetti sintetici

Infine c’è anche chi sostiene che parte dei gamberetti che acquistiamo siano artificiali. Sembra che alcune industrie vendano gamberetti sgusciati e surgelati che in realtà sono prodotti con un impasto di carne e amido (più acqua, sale, colorante e aroma di gamberetti) a cui viene data la forma del gamberetto. Insomma una produzione simile a quella dei surini. La carne utilizzata proviene dagli scarti di quella lavorata in fabbriche che producono altri prodotti e viene trattata come si farebbe per i wurstel… il problema però è che nel caso dei gamberetti si parla di prodotti contraffatti. In questo caso l’unico modo per essere certi che si tratti di gamberetti “veri” è quello di non acquistare il prodotto già sgusciato.

Risultati immagini per immagini gamberetti

Fonti: libri vari; Monterey Bay Aquarium; Environmental Justice Foundation; Slow food; 

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Tanto pesce disponibile? Acquacultura intensiva

A seguito dello stato del semicollasso delle zone di pesca, va diffondendosi sempre più velocemente l’acquacoltura, ovvero l’allevamento di animali marini in stabilimenti chiusi o in gabbie disposte in mare aperto.

Questa tecnica si è diffusa sempre più nel corso degli anni perché fornisce una considerevole quantità di pesce in spazi circoscritti.acquacoltura

In soli cinque anni, dal 2000 al 2005, la produzione globale di acquacoltura è passata da 35,5 a 47,8 milioni di tonnellate, con un incremento del 34,56%.

L’acquacoltura fornisce, a livello mondiale, il 43% del pesce alimentare. In Europa, in due decenni di produzione è raddoppiata, passando da 642000 tonnellate del 1980 a 1,3 milioni nel 2001.

L’acquacoltura viene spesso invocata come una soluzione ecologicamente sostenibile al sovrasfruttamento delle specie ittiche marine. Tuttavia è stato osservato che la quantità di mangime necessario ad allevare pesci carnivori e molto diffusi sul mercato, come salmoni, orate o spigole, è tale da determinare un considerevole prelievo di specie ittiche marine.

Normalmente occorrono dai 2,5 ai 5 chilogrammi di pesce pescato e trasformato in mangime per produrre un solo chilogrammo di pesce di acquacoltura, ma per alcune specie la quantità di pesce necessario è addirittura maggiore. Ad esempio, per “ingrassare” un tonno di un solo chilogrammo, sono necessari da 20 a 25 chilogrammi di pesce. Si stima che, solo nel mediterraneo, per l’ingrasso dei tonni vengano utilizzate ogni anno 225000 tonnellate di pesce, proveniente per lo più dai mari dell’Africa occidentale, dell’Oceano Atlantico e dell’America.

Inoltre la necessità di elevate quantità di mangime per l’industria dell’acquacoltura incentiva la pesca illegale di esemplari al di sotto della taglia ammessa per la cattura e induce la pesca verso la predazione di specie marine prive di interesse commerciale e di importanza vitale per la sopravvivenza di altre specie, come avviene ad esempio per la sardella d’Africa nel Mare Alboran, la cui pesca intensiva pone a repentaglio la vita delle colonie delfine presenti nel Mediterraneo, che si nutrono di questo pesce.

In altri casi gli animali allevati vengono invece prelevati direttamente dal mare. E’ il caso dell’allevamento dei tonni rossi, che vengono catturati in mare e poi trasferiti in allevamento per l’ingrasso. Il prezzo del tonno ingrassato in allevamento è molto alto e questo spiega la crescita del numero e della capacità di impianti riservati al tonno; solo gli impianti riservati al tonno situati nella zona del Mediterraneo arrivano ad una capacità complessiva che in peso di animale vivo supera le 50000 tonnellate, e l’attività di pesca necessaria per rifornire questi allevamenti ha portato nelle acque del Mediterraneo ad una riduzione degli esemplari tonno roso stimata fra l’80 e il95%.(6)

Ad oggi, nel campo della produzione alimentare, l’acquacoltura è il primo settore al mondo in termini di crescita ma, sebbene sia un’importante fonte alimentare, soprattutto in alcune zone del mondo, è altrettanto importante che venga praticata in maniera responsabile, nel rispetto dell’ambiente e degli ecosistemi locali.

Troppo spesso, infatti, gli allevamenti di pesce hanno un impatto ambientale decisamente negativo, che è bene sia, se non completamente eliminato, per lo meno sensibilmente ridimensionato.

In particolare, gli allevamenti di tipo intensivo, ovvero quelli nei quali la densità di allevamento è incrementata ben oltre la naturale produttività del bacino di allevamento e in cui l’alimentazione dei pesci è integrata dall’uomo con mangimi artificiali. (1)

Un grave problema è rappresentato dalla dispersione nell’ambiente di sostanze e microrganismi nocivi: dalle reti di allevamento poste in mare aperto, additivi chimici, residui antibiotici( cloramfenicolo, nitrofuranzone, 4 esil-resorcinolo) disinfettanti, deiezioni e scarti di mangime ( con conseguente rilascio in acqua di composti azotati e fosfati) , avanzi di cibo ( si pensi che più del 10% del mangime che gli allevatori miscelano nell’acqua degli allevamenti non viene consumato dai pesci e, quindi, sim disperde nell’ambiente) insieme a parassiti di vario genere, si depositano sui fondali o si disperdono nel mare, contaminando le acque e decimando la popolazione ittica locale.acquacultura 2

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Sitografia:

http://www.ioverde.ithttp://docenti.unicam.it, http://www.greenpeace.org,   http://www.unirig a.unile.it slowfood.com/slowfish/pagine/ita https://www.politicheagricole.it

 


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Ma quanto inquiniamo i nostri mari?

Il 71% del nostro pianeta è costituito da acqua, inquinarla significa modificarne le caratteristiche in modo tale da renderla inadatta allo scopo a cui è destinata.
La causa principale resta l’uomo, che introduce sostanze chimiche nelle acque che confluiscono nei fiumi attraverso fognature, piogge e scarichi industriali.

Un esempio di grande impatto è l’incidente avvenuto sul fiume Lambo dove si è riversata una grande quantità di petrolio nel 2010, che ne ha rovinato l’ecosistema.
L’inquinamento da petrolio è una forma di contaminazione dell’ ambiente naturale causato da idrocarburi. Questo fenomeno interessa l’aria, il suolo ma principalmente le acque. Esso può essere accidentale se si verifica in conseguenza di un evento che libera  grande quantità di petrolio greggio nell’ambiente, sistematico con la cattiva gestione di impianti industriali oppure doloso ovvero lo sversamento in mare o fiumi di oli petroliferi per evitare i costi dello smaltimento. idrocarburi in mare

Sono molti gli incidenti che si sono verificati nel tempo con le superpetroliere che hanno provato un grande sversamento di petrolio nei mari, come accadde, per esempio, nel 1991 nel Golfo di Genova dove la superpetroliera Haven ebbe un esplosione a bordo che causò l’incendio del combustibile trasportato che si riversò in mare dalle cisterne. Nonostante siano passati 26 anni ancora oggi piccole quantità di idrocarburi fuoriescono dal relitto principale. Eppure, anche se molti sono gli incidenti simili, solo il 10% del petrolio disperso in mare deriva da accidenti, il 90% viene da ricaduta dall’atmosfera di inquinanti di petrolio contenuti nell’aria, riversamento naturale, oli trasportati dai fiumi e soprattutto dallo scarico delle acque per il lavaggio delle cisterne delle petroliere. (2)

Oltre all’inquinamento dovuto dagli idrocarburi un altro tipo molto pericoloso è quello causato dall’accumulo di metalli pesanti nei pesci. I metalli  pesanti  scaricati  in  mare  si  accumulano  nei  tessuti  dei  pesci  e  costituiscono  un grave pericolo anche per la salute di chi se ne ciba. Fra  tutte  le  sostanze  chimiche  che  raggiungono  il  mare,  i  metalli  pesanti  quali  cadmio  (Cd),  zinco  (Zn),  piombo  (Pb)  e mercurio (Hg), destano maggiore preoccupazione.Si  tratta  di  inquinanti  molto  resistenti  alla  degradazione che  si  accumulano  prevalentemente  nei  tessuti  grassi  degli animali marini e che penetrano nella catena alimentare, con possibili conseguenze per la salute umana. Il mercurio,  ad  esempio,  è  una  sostanza  estremamente  tossica  che,  in  concentrazioni elevate,  provoca  danni  al  sistema nervoso (OMS). Il  cadmio  invece,  accumulato  nel  corpo  umano,  può  comportare  disfunzioni  renali,  decalcificazione  dello  scheletro  e carenze  dell’apparato  riproduttivo,  senza  escludere  effetti  cancerogeni. (3)

Un esempio di disastro ambientale causato dall’accumulo di mercurio è quello avvenuto nella Baita di Minamata nel 1956, dove gli sversamenti di acque reflue contaminate al mercurio causarono la cosiddetta Malattia di Minamata; si tratta di una sindrome neurologica che deriva dal pesce inquinato alla quale non esiste una cura.
Nel 2005 la Commissione europea ha sancito il progetto Zero mercurio per ridurre la concentrazione di mercurio nell’ambiente e minimizzare i rischi sulla salute dell’uomo. Si è cercato un accordo con l’industria dei cloro-alcali, responsabile dei quantitativi di mercurio presenti nell’ambiente, la proposta rivolge l’attenzione sulla limitazione ad esportare questo metallo e alla creazione di nuovi siti di stoccaggio per il suo smaltimento. 

Vi è poi l’inquinamento radioattivo causato dagli esperimenti militari con bombe atomiche, dal malfunzionamento di centrali nucleari (come Cernobyl e Fukushima) e dall’autorizzazione, da parte delle autorità competenti, di cui sono in possesso gli impianti nucleari a rigettare una quantità stabilita di materiale radioattivo nell’ambiente. 

In Giappone la centrale nucleare di Fukushima riversa ogni giorno tonnellate di acqua radioattiva nell’Oceano Pacifico che si stanno muovendo verso la California, il Giappone però assicura che non ci sono danni ma le statistiche affermano che la radioattività rilasciata è 9 volte superiore a quella di Cernobyl.

Alberto Annicchiarico sul Sole 24 Ore spiega come gli effetti di questa radioattività si rivedono sull’ambiente: i pesci sono contaminati, nei tonni delle coste americane sono stati trovati alti tassi di cesio e stronzio (molto difficile da espellere dal nostro organismo provoca tumori ossei) e gli orsi polari perdono il pelo. 
Per migliorare la situazione anche noi possiamo dare una mano con piccoli gesti abitudinari come usare prodotti naturali per la pulizia invece di quelli chimici, fare la raccolta differenziata, evitare di buttare spazzatura o farmaci nel wc, diminuire il più possibile l’utilizzo di pesticidi e diserbanti, dare una mano a ripulire i corsi d’acqua delle nostre zone. Oltre a queste abitudini quotidiane le industrie dovrebbero dare il loro grande contributo installando impianti di depurazione delle acque reflue, riducendo l’utilizzo di sostanze inquinanti (per esempio concimi chimici), con l’impianto di bacini di decantazione dei liquami e con la costruzione di pozzi nella falda freatica con maggiori livelli di profondità. Certamente il gesto del singolo preso da solo non cambierà le cose, ma se ci mettiamo tutti insieme, se comprendiamo la tragicità della situazione forse riusciremo a migliorare la situazione.inquinamento mari

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FONTI:
1. http://www.protezionecivile.gov.it
2. http://www.energia360.org
3. http://www.associazionesum.it


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I mille usi dell’acido citrico

Come anticipato negli articoli precedenti l’acido citrico è un ingrediente fondamentale in una casa eco-compatibile ed… economica!

L’acido citrico è un acido debole contenuto negli agrumi.acido-citrico
E’ anche un additivo alimentare, normalmente indicato come E330, che potete trovare in moltissimi prodotti (anche bio) come correttore di acidità, per esempio nelle passate di pomodoro, marmellate, succhi di frutta. 

Perchè è così importante?
Può sostituire egregiamente ed efficacemente alcuni prodotti tradizionali che spesso contengono sostanze inquinanti per l’ambiente e anche pericolose per gli esseri umani come: ANTICALCARE, BRILLANTANTE, AMMORBIDENTE, BALSAMO PER CAPELLI, TONICO VISO, DEODORANTE.

Qui di seguito riporto solo gli USI che ho testato nella mia vita quotidiana… Posso assicurare che è un prodotto favoloso!

ANTICALCARE

L’acido citco è ottimo per togliere il calcare da lavandini, pentole, superfici di acciaio, bicchieri e brocche per l’acqua. Questo anticalcare naturale non ha odore, non lascia residui e non brucia sulle mani. Le differenze sostanziali con i prodotti tradizionali sono la sua ecocompatibilità e il tempo di contatto, che deve essere un po’ più lungo. ac-citrico-casa

Preparazione: preparare una soluzione di acido citrico e acqua distillata. Se l’acqua è molto “dura”, servirà una soluzione al 20% (200 gr di acido citrico anidro in 800 g di acqua, per avere un totale di 1 kg di soluzione). Ma con acque poco dure si possono preparare anche soluzioni al 10% (100 gr acido in 900 gr di acqua). Utilizzare come un normale anticalcare ma lasciare agire per un tempo maggiore.

BRILLANTANTE
Il brillantante che acquistiamo per la lavastoviglie non è un detergente ma un additivo. Ha lo scopo di rendere più brillanti le stoviglie, che altrimenti rimarrebbero più opache durante l’asciugatura (sempre a causa del calcare). Perciò basta preparare una soluzione al 10% (100 gr acido citrico in 900 gr di acqua) e versarla nella vaschetta apposita della vostra lavastoviglie.

AMMORBIDENTE
Si può sostituire l’ammorbidente tradizionale (contenente varie sostanze che posso provocare sensibilizzazione della pelle) con una la soluzione di acido citrico al 15-20%. In realtà l’acido citrico non ammorbidisce le fibre dei panni, ma neutralizza l’alcalinità del detersivo.
Il detersivo in polvere lascia i panni a pH 9 circa (alcalino/basico), quindi, l’aggiunta di acido citrico abbassa il pH e lo avvicina al pH della pelle (pH 5,5 circa).
Un’altra funzione da non sottovalutare e l’azione antialcare dell’acido citrico.. che allunga la vita della lavatrice!!

BALSAMO CAPELLI

La funzione di balsamo è quella che mi ha lasciata più incredula! E’ davvero ottimo e districa i capelli benissimo! Io sono dipendente dal balsamo avendo i capelli lunghi, fini, mossi e crespi…cioè il peggio del peggio!! Ora non compro più il balsamo!
Per la funzione di balsamo occorre diluire 25 o 30 ml di soluzione di acido citrico al 20% in un litro di acqua normale che va usato come ultimo risciacquo, dopo lo shampoo.
Funziona perché l’acidità “chiude” le scaglie di cheratina e modera il crespo.

DEODORANTE

Diluire 25 ml di soluzione di acido citrico al 20% in 75 ml di acqua distillata e metterla in uno spruzzino (es. di un deodorante liquido esaurito).
Funziona come deodorante perché abbassando il pH delle ascelle inibisce la crescita batterica e, quindi, la produzione di odori sgradevoli. Io come deodorante naturale uso anche la pietra di Allume di potassio (ma questo è un altro argomento che tratterò poi!).

MANUTENZIONE SALTUARIA DELLA LAVATRICE E DELLA LAVASTOVIGLIE
Con l’acido citrico in POLVERE è possibile anche fare un trattamento utilissimo a questi due elettrodomestici una volta al mese: riempire la vaschetta del detersivo con acido citrico e fare un lavaggio a vuoto (senza stoviglie e senza detersivo). In questo modo si disincrosterà perfettamente la resistenza, la macchina laverà meglio e si consumerà meno energia elettrica.

ac-citrico-usi

Da non confondere con il CITRATO DI SODIO!!
Il citrato di sodio è il sale (di sodio) derivante dall’acido citrico e, pertanto, non sarà più un composto acido ma neutro.
Su internet ci sono molte ricette per prepararlo a partire dall’acido citrico ma si può acquistare facilmente su internet ad un prezzo piuttosto economico.
Io lo utilizzo principalmente nella preparazione dei saponi in quanto il sodio citrato è un sequestrante, cioè allontana/separa i metalli presenti. Questa funzione permette al sodio citrato di evitare il formarsi di quella fastidiosa patina sul lavandino dopo aver usato una saponetta auto-prodotta. Oltre a questa funzione, il sodio citrato serve anche a dare una certa durezza ai saponi solidi e funge da antiossidante (poichè evita l’irrancidimento dei grassi presenti).citrato-di-sodio

Infine nel lavaggio in lavatrice il Sodio Citrato non va utilizzato nella vaschetta dell’ammorbidente ma come additivo al sapone (nella vaschetta del detersivo). In presenza di acque dure funge anche da addolcitore poichè interagisce con il calcare in eccesso.

http://www.biodizionario.it/ e http://forum.promiseland.it/viewforum.php?f=2

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Nuove opportunità trasformando i rifiuti in prodotti

Riporto questo bellissimo articolo “Insieme per trasformare i rifiuti in risorse” tratto dal sito “Italia che cambia”. Credo che sia un ottimo esempio di cittadini attivi che hanno voluto creare un’attività innovativa che riutilizza i rifiuti (creando prodotti da vendere), genera nuove opportunità di lavoro, aiuta persone disagiate e salvaguarda l’ambiente!

“La Cooperativa Sociale Insieme nasce nel 1979 per mano di un gruppo di cittadini che si sono interrogati sulla questione ambientale sul fronte della riduzione dei rifiuti, specializzandosi negli anni nei due filoni del riuso e del riciclo. È una cooperativa di tipo B: in collaborazione con i servizi sociali inserisce in percorsi di accompagnamento persone seguite in situazioni di disagio o fragilità. L’obiettivo è trasformare i rifiuti in risorse.
La Cooperativa Sociale Insieme insiste sul concetto di seconda opportunità: «Partiamo da quello che ciò che viene definito rifiuto o scarto – ci dice la vicepresidente Marina Fornasier – e che sul dizionario troviamo come inutile o inquinante per la società o per l’ambiente. Sosteniamo il percorso che fanno persone o cose per trasformarle in risorse».
L’idea è che sostenendo un certo tipo di percorso tutti e tutte le cose possono essere una risorsa. «E possono entrare così un un’idea di economia circolare, in cui le materie prime – cose e persone – possano dare il meglio, se messi nelle condizioni di farlo».
Perché vi chiamate “Insieme”? «Racchiude il senso del nostro essere. Mettendo insieme le forze, le capacità, le storie con percorsi anche complicati, si può lavorare per una società inclusiva».
Il Barco è il bar della cooperativa assieme. È un bar fatto di cose e persone. L’arredamento è fatto di articoli e beni usati, a volte ricondizionati dalla stessa cooperativa. La cosa che fa più effetto è che quasi tutto l’arredamento e alcune attrezzature sono in vendita: «In ogni suo aspetto rappresenta ciò che la cooperativa vuole trasmettere. Ogni volta che ci torni il bar è diverso, si trasforma, proiettandoti sempre in un contesto diverso». Per questo rappresenta a pieno i valori della cooperativa: «Cose che arrivano e che vanno, che rientrano in circolo e che sono utili per molte persone».
Varie sono le attività proposte dalla Cooperativa. Ad esempio nel solo polo centrale si effettuano i seguenti servizi: vendita al dettaglio e all’ingrosso per i clienti, recupero di materiali che altrimenti sarebbero scarti, laboratori per le riparazioni (biciclette, attrezzature elettriche, etc…) e per lavorazione del tessile, magazzini destinati al riuso e al riciclo, laboratori per le riparazioni (biciclette, attrezzature elettriche, etc…) e per lavorazione del tessile.
Il valore aggiunto della cooperativa è dato dall’abbinamento riciclo al riuso. Viene recuperato il più possibile da quello che altrimenti sarebbe destinato a rifiuto. «Attraverso il recupero di quanti più beni possibili riusciamo ad intervenire in maniera impattante sulla riduzione del rifiuto».
Cooperativa Insieme è socia di Banca Etica da moltissimi anni. «Usufruiamo di moltissimi servizi e strumenti di credito di Banca Etica. L’ultimo strumento utilizzato è stato un finanziamento a supporto di una riorganizzazione a livello gestionale, anche in termini di spazi fisici. L’idea è che gli spazi fisici sono a disposizione della nostra mission, ambientale e sociale. A Cooperativa Insieme interessa stare nell’ambito della finanza etica». La collaborazione con Banca Etica ne è una dimostrazione.
Ad oggi la Cooperativa è composta da quattro punti vendita – la sede principale e altri tre piccoli negozi nella città di Vicenza; inoltre gestisce dieci ecocentri nella provincia e ha un centro di riuso, fuori città, il quale raccoglie la merce, la smista, la seleziona e così viene destinata al riuso. Il centro serve proprio a lavorare in maniera approfondita sulla selezione dei materiali dei beni che arrivano e sulla preparazione al riutilizzo.
Per Marina l’Italia è come «un organismo vivente, che deve crescere, evolversi e imparare dagli errori. L’Italia Che Cambia è una persona che ascolta, recepisce, elabora, mette in discussione e rettifica il tiro di volta in volta». E allora non ci resta che continuare a crescere così come sta facendo la cooperativa, Insieme.”

Sono anche io alla ricerca di persone con cui avviare un’iniziativa simile in provincia di Cuneo…. perciò se sei interessato …lasciami un commento!

Fonti: http://www.italiachecambia.org/2016/09/io-faccio-cosi-133-trasformare-i-rifiuti-in-risorse/

 

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